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Categoria | Lavoro

L’uscita dal campo di Berlusconi. E’ cosa buona e giusta!!!

Redazione - Pubblicato il 08 agosto 2016

La cessione del Milan rappresenta la fine di un’epoca, non solo dal punto di vista calcistico

La cessione del Milan a un cartello di acquirenti cinesi, fra cui un fondo governativo, segna davvero un passaggio d’epoca, in Italia. Per quel che riguarda il calcio, ovviamente, ma anche la società, la politica.

E il rapporto fra società e politica. Perché il calcio, nel rapporto fra società e politica, conta molto. Da noi più che altrove. Ne ho scritto altre volte, su Repubblica. Ma, in questo caso, ripetersi forse non è un problema. Il calcio suscita interesse, passione e appartenenza. Circa 4 italiani su 10 si definiscono tifosi. Metà di essi si dice “militante”, un altro 30%: sostenitore “caldo”. Oltre il 50%, comunque, “odia” almeno un’altra squadra (come ho scritto in un articolo con Luigi Ceccarini su Limes 5/2016). Il calcio, infatti, è fattore di identità. Antagonista, oltre che protagonista. Offre riferimenti e soggetti in cui riconoscersi e ai quali opporsi. Fornisce bandiere e colori. Proprio come la politica. Anzi: più della politica. Perché il calcio viene prima. È una “metafora della vita”, ha osservato Edmondo Berselli. D’altronde, si gioca e si tifa fin da bambini. La passione matura nel contesto dove si vive e lavora. In famiglia. Per dire: io sono bianconero da sempre. Perché sono cresciuto nella provincia piemontese da genitori veneti. E la Juve costituiva – e costituisce – un veicolo di “promozione” sociale. Non per caso i torinesi “autentici” sono granata. Nella mia famiglia, peraltro, c’è un figlio bianconero. Come me. L’altro tifa per il Chievo. Per distinguersi e prendere le distanze. Non per caso Berlusconi è entrato in politica “dopo” essere entrato nel mondo del calcio. E (anche) per questo ha avuto successo. Perché nel calcio ha affinato le tecniche della competizione politica. La fidelizzazione e l’antagonismo. La mobilitazione del tifo, che costituisce l’archetipo della militanza. I “media”, certo, hanno giocato un ruolo fondamentale. Ma come media, appunto. Mezzi di costruzione del consenso. Sperimentati da tempo anche gli altri attori politici. Il rapporto fra poteri politici e Rai, d’altronde, ha una storia lunga e mai conclusa, come dimostra la recente vicenda delle nomine alla guida di reti e notiziari. La vera differenza fra Berlusconi e gli altri politici della Prima Repubblica rispetto a quelli vissuti e sopravvissuti dopo Tangentopoli, è che Berlusconi aveva risorse e argomenti migliori da spendere nella competizione politica. Il controllo dei media, ovviamente. Ma, più ancora, il controllo sul linguaggio e sulle tecniche della competizione politica. Appreso nel e dal calcio. Certo, lui si presentava come l’imprenditore, cioè, il non-politico, in una fase di antipolitica simile a quella odierna. Ma è anche il presidente del Milan. Che, dal 1986 al 1994, aveva già vinto 4 scudetti e 3 Champions League. Così, quando decide di fare politica in prima persona, ha il linguaggio, l’esperienza, la legittimazione.Che fanno la differenza. Così, può annunciare la sua “discesa in campo”, a capo di un partito che battezza “Forza Italia”, come il grido di sostegno alla nazionale. E chiama i suoi sostenitori, i suoi tifosi: Azzurri. Come i giocatori della nazionale. Dal colore della loro maglia.

Il dubbio che la bandiera del tifo divida anche il campo politico è fondato. Ma il problema è relativo. Semmai è vero il contrario: è il tifo politico che interferisce con quello del calcio. Così vi sono tifosi del Milan che emigrano, perché antiberlusconiani e, secondo il linguaggio del Cavaliere, comunisti. Ma non sono molti. Perché la fede nel calcio viene prima. Ed è più forte e duratura. I successi del Milan: contano. Alimentano il consenso politico del Cavaliere. Conta, comunque, l’appartenenza alla comunità dei tifosi nell’insieme. Alla quale egli si rivolge come “uno di loro”.

Così la cessione del Milan ai cinesi segna la fine di un’epoca. E “segue” la fine politica di Berlusconi. Già avvenuta nel 2011. L’anno dell’ultimo scudetto del Milan. Il declino politico accompagna quello nel calcio. Non ne è causa. Neppure l’effetto. In entrambi gli ambienti, però, Berlusconi aveva esaurito la spinta propulsiva. In politica, da tempo, non è più un outsider. Ma un “politico” come gli altri. Dopo vent’anni: non ha più il carisma di un tempo. Nel calcio come nei media paga – letteralmente – i problemi economici e finanziari dell’imprenditore. E senza risorse finanziarie, nel calcio come nei media: non puoi reggere. Il calcio stesso, d’altronde, non ha più la capacità di un tempo di mobilitare, appassionare. Dunque, non è più palestra e scuola di politica. Perché troppo logorato da scandali e interessi opachi. Non per caso gli ascolti tv sono calati molto. Il pubblico (pagante) che assiste agli incontri su Sky e Mediaset Premium, infatti, nella stagione 2015-16 è calato del 6% (dati Auditel). Rispetto alla precedente. In valori assoluti e cumulati: 19 milioni di spettatori. Che si sommano ai 12 milioni in meno registrati nella stagione 2014-15 rispetto al campionato 2013-14. Anche in questo caso: 6% in meno. (Su un bacino complessivo, sommando gli ascolti di tutti gli incontri di campionato, di circa 310 milioni).
D’altronde, è difficile assistere a uno spettacolo che appare sempre meno credibile. Il 53% dei tifosi (indagine Demos-Coop, settembre 2015) ritiene, infatti, che, rispetto a 10 anni fa, il campionato sia maggiormente condizionato dalle scommesse. Il 42%: dalla criminalità e dalla corruzione. Per contro, solo il 15% pensa che sia divenuto più credibile. Il 45%: di meno.
Così l’arrivo dei cinesi è solo l’ultimo atto di un percorso iniziato da tempo. Oggi, infatti, la Cina è vicina. A Milano. Come in Francia e in Inghilterra, a Parigi e Manchester, nel calcio comandano gli sceicchi. A Londra (Chelsea): i miliardari russi.
Difficile che questi cambiamenti cambino il rapporto del calcio con la politica. Visto che difficilmente i cinesi “scenderanno in campo”, in Italia.

Contro Renzi, Grillo e i comunisti. Possono, forse, cambiare il rapporto dei tifosi con la loro squadra. Gianni Mura lo ha detto chiaramente: “Questo calcio non mi piace”. Piace sempre meno anche a me. E ai tifosi. Però non è (solo) per colpa dei cinesi.
Fonte: La Repubblica.it
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