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Categoria | Esteri

Per Turdò il semestre italiano europeo non deve essere né gattopardesco e né velleitario.

Redazione - Pubblicato il 01 luglio 2014

Il Presidente Turdò con il Candidato Presidente Guy Verhofstadt

Il bivio dell’Europa dopo il voto, inseguire gli euroscettici, o andare avanti senza curarsene?

Quella che inizia oggi per l’Italia è il semestre forse tra i più difficili che la stessa Europa ha vissuto. Sembra l’’Europa dei paradossi. Nel momento in cui comincia a contare di più, grazie ai nuovi poteri che le ha conferito il Trattato di Lisbona, rischia di contare di meno per l’assalto dei partiti populisti, che hanno un solo obiettivo comune: cancellare l’idea stessa di Unione europea. Ma è una vera rivoluzione copernicana quella che si prospetta in questa legislatura appena iniziata? o non è piuttosto un gattopardesco cambio di pelle, secondo l’antica consuetudine italiana di cambiare tutto perché nulla cambi?

Senza sottovalutare la portata continentale del fenomeno populista, che richiede risposte politiche e non generiche condanne, la seconda impressione è prevalente. In realtà, come del resto avevamo previsto e detto durante la campagna elettorale, solo nel nostro Abruzzo in generale e nella provincia di Chieti nello specifico, non lo si è capito preferendo votare persone sperse per il mondo senza nessun ancoraggio sia al territorio che alle tematiche dei cittadini e degli automobilisti.

Infatti le logiche che presideranno alla scelta dei vertici non solo dell’europarlamento ma di tutte le istituzioni UE in scadenza, saranno quelle del passato. Ci sarà cioè un accordo fra le tre maggiori forze politiche, tutte rigorosamente europeiste, PPE, PSE e ALDE, cioè i Liberal-democratici, per ottenere in parlamento una maggioranza stabile, in grado non solo di eleggere i vertici, ma anche di far funzionare normalmente l’assemblea e le commissioni. I nemici dell’Europa dunque possono mettersi l’anima in pace: con circa 140 deputati su 751, e avendo di fronte un blocco di maggioranza forte 467 seggi, non potranno fare granché. Qui sotto il quadro interattivo ed aggiornato con i dati del Parlamento europeo

Con questi numeri, la sola prosepttiva alla quale la nuova assemblea potrà lavorare è quella di una grande coalizione popolari-socialisti, allargata ai liberali:
l’unica scelta in grado di assicurare una maggioranza stabile. In queso caso a Jean-Claude Juncker, candidato del PPE, primo partito in tutta Europa, potrebbe andare la poltrona più importante, quella di presidente della commissione. Ma non è escluso che nel quadro di un accordo globale, la scelta possa cadere su un outsider, che potrebbe essere la numero 1 del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, francese, PPE, ex ministro delle finanze di Sarkozy molto ben vista da Angela Merkel. Il tentativo di Martin Schultz, candidato socialdemocratico tedesco, di proporsi come candidato alla successione di Barroso con una maggioranza diversa dalla grande coalizione (cioè con un accordo fra PSE, Liberali, Verdi europei, forse con l’appoggio esterno della sinistra estrema di Alexis Tsipras) appare inconsistente, visto che una simile alleanza di sinistra-centro, anche se fosse realizzabile, a stento arriverebbe a quota 376, che è la maggioranza minima richiesta per eleggere i presidenti della commissione e del consiglio.

Schultz in realtà vuole alzare il tiro, per ottenere in cambio del via libera a Juncker (o ad un altro candidato PPE), il posto di presidente del consiglio europeo, che presto sarà lasciato libero da Herman van Rompuy. Ma come premio di consolazione potrebbe anche accontentarsi della poltrona di di Alto Rappresentante della politica estera e della sicurezza dell’UE, incarico oggi ricoperto da lady Ashton, baronessa britannica indicata dai laburisti. In questo scenario, anche il leader dei liberaldemocratici (ALDE) il liberale belga Guy Verhofstadt, è alla ricerca di una sua collocazione, che potrebbe essere quella di presidente del parlamento europeo per la metà del mandato (2 anni e mezzo, visto che il mandato intero ne dura 5). Scendono invece le quotazioni della premier socialdemocratica danese Helle Thorning-Schmidt, reduce da una non proprio brillante prova elettorale.

Il fronte anti-euro

Quelli che vengono già definiti a Bruxelles come gli eurobarbari, cioè i neoeletti nelle liste populiste, xenofobe e antisistema, sono circa 140, secondo alcuni calcoli. Ma in quest’elenco sono compresi solo i partiti più decisamente contrari all’Europa. Se si allarga l’orizzonte, si trova che l’area dell’antieuropeismo ha infinite declinazioni e varianti, ed arriva a 229 seggi su 751, secondo un’analisi del think tank britannico Open Europe. Ma in essa sono comprese varie componenti: gli antieuro, chi la critica con forza, i nazionalisti/conservatori, gli antisistema, i populisti di snistra, e i neofascisti. La somma di questa blocco dei malcontenti arriva appunto a 229 deputati. Ma è una somma aritmetica, non politica, perché le posizioni dei nazionalisti britannici di Farage mai si potranno sposare con quelle del Front National di Marine Le Pen ed è impensabile un’alleanza fra i fascisti greci di Alba Dorata e il leader comunista, anch’egli greco, Alexis Tsipras.

Però evidentemente queste espressioni politiche di una protesta diffusa in tutti i paesi, faranno rumorosamente sentire la loro voce. E il nuovo establishement europeo (che sarà uguale a quello vecchio, anche se con numeri più ridotti), si troverà presto di fronte ad un bivio: o chiudersi a riccio, portando avanti una difesa dell’esistente, ergendosi a baluardo di fronte al montare della protesta (ed è questa la tesi di Open Europe), o aprirsi ad un cambiamento. Ma che tipo di cambiamento? Un ritorno dei potri da Bruxelles agli stati nazionali, come vorrrebbe Cameron? o piuttosto un rafforzamento della governance economica europea, come chiede la Merkel? o ancora un’Europa decisamente orientata sulla crescita come vuole l’Italia di Renzi e la gran parte dei paesi mediterranei? Le proposte sono tante, spesso inconciliabili, ma sarà questa la vera sfida della prossima legislatura comunitaria.

E l’Italia?

Il quadro dei risultati elettorali in Italia (qui sotto, fonte Parlamento Europeo) fa crescere il peso del nostro paese in Europa.

Ma occorre molto realismo. Abbiamo già una poltrona di peso come la BCE con Mario Draghi. Puntare alle poltrone di maggior prestigio come la presidenza della commissione o del consiglio sarebbe semplicemente velleitario. E Renzi lo sa. Per questo l’idea che starebbe maturando è quella non di mettere un italiano nei posti che contano, ma semmai di metterci un “amico”: una personalità che, al di là dellla nazionalità, possa contribuire a far ottenere all’Italia quel che l’Italia si aspetta, cioè maggiore flessibilità nei parametri del 3% e sopratutto nei tempi di attuazione del Fiscal Compact, per consentire al governo di realizzare quelle “politiche keynesiane” evocate dal premier della quali c’è assoluto bisogno per rilanciare un’economia in forte sofferenza.

Quel che invece spetta di diritto al nostro paese è una poltrona di commissario (che sarà anche vicepresidente della commissione): su questo Renzi può e deve giocarsi la sua partita. Non tutti gli incarichi sono uguali: il commissario per gli affari economici e monetari (il posto che era di Olli Rehn), è il più prestigioso ed importante, ed è considerato quasi un equivalente di una poltrona di primo livello (top job, per dirla all’inglese). Ma è improbabile che un paese indebitato e non proprio virtuoso come il nostro possa ottenere la maggioranza dei consensi in seno al consiglio europeo. Ci sono perà anche altri incarichi appetibili ai quali l’Italia potrebbe puntare, come il posto di commissario all’Antitrust europeo, o a quello, molto più ambizioso e difficile da ottenere, di “ministro degli esteri” (Alto Rappresentante) dell’UE.

Rimane in sospeso sullo sfondo la partita dell’Eurogruppo. Il mandato dell’attuale presidente, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, formalmente scadrebbe nel 2015- Ma ci sono insistenti voci di una sua uscita anticipata, e di un gradimento in forte calo da parte della cancelliera Merkel. Forse non è un caso che nelle 60 pagine del programma della futura presidenza italiana (del prossimo 1 luglio al 31 dicembre) si faccia un esplicito riferimento al rafforzamento del ruolo dell’Eurogruppo, l’organismo che riunisce i 18 paesi che hanno adottato la moneta unica. Si immagina forse di dare una struttura più solida ed incisiva a questo organismo che ha assunto un valore centrale nelle decisioni di politica economia dell’Unione, di gran lunga pù importante dell’Ecofin che riunisce i ministri delle finanze dei 28 paesi, euro e non.

I prossimi passaggi istituzionali dell’UE

Il primo passaggio formale sarà la cena dei capi di stato e di governo convocata per due giorni dopo il voto dal presidente permanente del consiglio Europeo, Herman Van Rompuy. Qui, in italiano, la lettera inviata ai capi di stato e di governo. In qulla sede si farà un primo giro di orizzonte sulle nomine (soprattutto presidente della commissione e del consiglio), ma non si assumerà alcuna decisione, che verrà presa nelle settimane successive e formalizzata nel vertice ordinario, che chiude il semestre di presidenza della Grecia, già convocato per il 26 e 27 giugno. Si darà invece mandato a Van Rompuy, grande mediatore, di avviare il dialogo per trovare una soluzione condivisa.

La rimessa in moto delle istituzioni europee dopo il voto è un qualcosa di estremamente complesso e macchinoso, cadenzato da un preciso calendario, che trovate qui sotto:

2 – 26 giugno – I neoeletti deputati si recano a Bruxelles per insediarsi mentre si avviano le trattative per la formazione dei gruppi politici all’Europarlamento. Per formare un nuovo gruppo sono necessari 25 parlamentari provenienti da 7 paesi: è indispensabile anche una coerenza programmatica fra le varie componenti;

26 – 27 giugno – Consiglio europeo a Bruxelles. Fra le altre materie in discussione si deciderà sugli incarichi europei;

1 Luglio – Comincia il semestre di presidenza italiana dell’UE, che prende il testimone da quella greca. Qui il calendario provvisorio della presidenza italiana;

1 – 3 luglio – Prima sessione a Strasburgo della Plenaria del nuovo Parlamento. Sono eletti in questa occasione il presidente del parlamento (tradizionalmente c’è una staffetta fra i due principali gruppi politici, per cui il primo presidente resta in carica 2 anni e mezzo), i vicepresidenti e i presidenti delle commissioni parlamentari;

14 – 17 luglio – Seconda sessione a Strasburgo della Plenaria del nuovo Parlamento. In questa sessione l’Europarlamento vota, a maggioranza assoluta, sul candidato indicato dal Consiglio per la presidenza della commissione.

In agosto non ci sono sessioni parlamentari e ‘attività della commissione è ridotta, ma gli stati membri mettono a punto le loro candidature per i nuovi commissari, uno per ciascun paese;

15 – 16 settembre – Audizione dei 27 commissari al parlamento europeo a Strasburgo;

18 settembre – Referendum sull’indipendenza della Scozia. Anche se non è un avvenimento istituzionale, potrebbe influenzare fortemente le scelte politiche della Grand Bretagna, politicamente sconvolta dal risultato elettorale che ha fatto balzare in prima fila gli euroscettici di Farage a spese del premier Cameron;

20 – 23 ottobre – Il parlamento europeo dà la sua investitura formale alla nuova commissione;

23 – 24 ottobre – Consiglio europeo di autunno;

Ottobre – novembre – Gli stati membri decidono sul nome del nuovo presidente del Consiglio dell’Unione Europea e dell’Alto rappresentante per la politica estera e della Sicurezza, incarico oggi ricoperto dalla britannica Catherine Ashton (In realtà i candidati per questi incarichi fanno parte di un pacchetto unico, già messo a punto nelle linee generali dai capi di stato e di governo prima dell’estate)

1 novembre – Insediamento della nuova commissione;

30 novembre – Si conclude il mandato del presidente del consiglio UE Herman Van Rompuy;

1 dicembre – Si insedia il nuovo presidente del consiglio UE;

18 – 19 dicembre – Consiglio europeo a Bruxelles, l’ultimo del semestre italiano che finisce il 31 dicembre.

 

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