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Categoria | Economia

Nient’altro che la verità! La legalità secondo Caselli. Turdò afferma che è giusto!!!

Redazione - Pubblicato il 04 novembre 2015

Verità e giustizia: l’Italia di Caselli ha fame di legalità

È in libreria “Nient’altro che la verità”, scritto da Gian Carlo Caselli con il giornalista Mario Lancisi di Gian Carlo Caselli

È in libreria “Nient’altro che la verità”, scritto da Gian Carlo Caselli con Mario Lancisi, giornalista e per anni firma una firma di punta del Tirreno. Per gentile concessione pubblichiamo di seguito uno stralcio del capitolo “Le mafie sul piatto”

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Quando con Libera andavo di scuola in scuola a parlare di legalità, a un certo punto estraevo dalla borsa un pacchetto di pasta e lo brandivo verso coloro che mi stavano ascoltando gridando qualcosa come “ragazzi, questa è la legalità!”. E loro mi guardavano preoccupati, temendo un mio improvviso squilibrio mentale, ma si rassicuravano quando spiegavo che quella era pasta prodotta da Libera sulle terre confiscate ai mafiosi. Pasta che oltre alle note vitamine ne conteneva una speciale. La vitamina “L” come legalità. Non c’è da stupirsi quindi se, lasciata la toga per andare in pensione, nella primavera del 2014 sono diventato presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, promosso da Coldiretti. Si vede proprio che l’agroalimentare, tramite Libera, era nel mio destino…

Cibo sano ma anche giusto. Lo scopo fondante dell’Osservatorio è in perfetta sintonia con le esperienze di tutta la mia vita. Esso infatti persegue l’obiettivo di consolidare la cultura della legalità anche nel settore agroalimentare. La legalità come precondizione per un cibo (oltre che buono) sano e giusto; che soddisfi le esigenze di tutela della salute del consumatore e nel contempo quelle di regolare funzionamento dell’economia, senza penalizzazioni per gli imprenditori “virtuosi”.

Mi si è aperto un mondo nuovo, al tempo stesso affascinante e inquietante. Con luci e ombre che si accavallano e si confondono. L’agroalimentare è un settore che, nonostante la crisi economica, rende: è un comparto “freddo”, nel senso che comunque mangiare si deve. E ha dimostrato di poter non solo resistere, ma anche crescere e rafforzarsi, pure in un quadro congiunturale complessivamente difficile. E poi “tira” in modo forte perché il made in Italy ha un appealstraordinario, è il nostro miglior ambasciatore all’estero.

L’interfaccia di tutto questo, però, sono i rischi evidenti che corre il settore, posto che non rispettando le regole si può guadagnare ancora di più – e molto di più – di quanto un mercato già ricco consenta di suo. Così si offrono spazi imponenti a varie forme di opacità, irregolarità e illegalità. Alterazioni, sofisticazioni e contraffazioni affollano l’agroalimentare. E poiché la filosofia che ispira le mafie imprenditrici è “piatto ricco mi ci ficco”, ecco la presenza delle mafie anche nell’agroalimentare.

La mafia presente in ogni segmento della filiera. Nell’ultimo Rapporto – relativo all’anno 2014 – si rileva come sempre più spesso la mafia operi in forme “raffinate”, attraverso la finanza, gli incroci e gli interessi societari, il condizionamento del mercato, l’imposizione di modelli di consumo, l’orientamento della ricerca scientifica. E come la mafia sia “liquida” anche nell’agroalimentare, per cui la si trova in ogni segmento della filiera: produzione, trasformazione, trasporto, distribu. zione e ristorazione.

Non ci sono zone franche rispetto alla presenza mafiosa, che così realizza in pieno lo slogan “dal produttore al consumatore” o “dall’orto alla tavola”. Dove sempre più spesso siede un convitato di pietra, che è appunto la mafia, tra i principali fattori che hanno determinato – dall’inizio della crisi economica – un aumento di tre volte delle frodi a tavola.

E attenzione: gli inganni e le truffe che così si registrano nell’agroalimentare finiscono per colpire in modo particolare i cittadini meno abbienti e/o poveri, quelli che hanno meno da spendere e devono per forza “accontentarsi”. Ma il prezzo di queste cose lo paghiamo tutti quanti noi, cittadini e consumatori, perché, oltre a dover vivere in un ambiente pervaso di corruzione e intimidazione, rischiamo in termini di sicurezza alimentare e salute, mentre la regolarità dei mercati è stravolta. Ancora una volta legalità è sinonimo di qualità della vita.

Un giro d’affari di oltre 15 miliardi. Secondo il Rapporto, il giro d’affari complessivo delle agromafie – nell’anno precedente di 14 miliardi annui – è salito nel 2014 a 15,4 miliardi. Anche per effetto delle restrizioni del credito che hanno messo in difficoltà varie aziende. “Concime” per il potere mafioso sono poi alcuni fenomeni cui l’Osservatorio e il Rapporto dedicano speciale attenzione: l’italian sounding, l’italian laundering e il money dirtying.

L’italian sounding (cui corrisponde un giro d’affari di almeno 60 miliardi di euro l’anno) consiste nell’imitazione e falsificazione di prodotti italiani da parte di aziende straniere, o anche (spesso) aziende italiane delocalizzate; vengono utilizzate materie prime “altre”, ma con richiami semantici e visivi che sfruttano il brand italiano: un tripudio di bandiere tricolori e di scritte tipo passione, gusto, tradizione, sapore italiani; con sullo sfondo immagini del Vesuvio o del Colosseo… mentre di italiano non c’è nulla.

Nell’italian laundering abbiamo la diretta acquisizione di marchi prestigiosi per poi svuotarli di tradizione e qualità e usarli per veicolare prodotti di origine incerta, ambigua e spesso pericolosa. Come incerta, ambigua e pericolosa può essere la provenienza dei capitali impiegati per queste operazioni. Non si può escludere che a volte essi abbiano un odore non troppo pulito, magari di mafia.

Infine, il Rapporto registra un’ulteriore pericolosa evoluzione, il cosiddetto money dirtying, fenomeno speculare al riciclaggio. Qui i capitali sporchi affluiscono nell’economia sana; per contro nel money dirtying sono i capitali non di origine criminale, ma solo opachi o anche puliti, che si indirizzano verso circuiti di investimento border line, caratterizzati dalla presenza di personaggi dell’economia sporca, mafiosi compresi. Le mafie considerano particolarmente interessante e vantaggioso questo tipo di operazioni. Soprattutto per un motivo “relazionale”, che consiste nella possibilità di entrare in contatto (sul piano nazionale e internazionale) con imprenditori rispettabili, uomini d’affari, operatori del settore creditizio, esponenti della politica e del mondo istituzionale. Insomma, la possibilità di frequentare salotti e ambienti “buoni” coi quali si possono combinare lucrosi affari. (…)

Là dove il gorgonzola si chiama timboozola. L’Osservatorio ti fa anche scoprire cose curiose. Tipo la fantasia sfrenata con cui nel mondo si scatena una vera e propria ridda di contraffazioni e imitazioni di prodotti italiani. Il gorgonzola piace e diventa “timboozola” in Australia e “cambozola” in Germania. Nel Wisconsin fabbricano il provolone. Il parmigiano diventa “parmesan” in Usa, “parmesao” in Brasile, “regianito” in Messico e assume altre svariate declinazioni nei paesi dell’Europa orientale. In California veniva prodotta (prima che la Ferrero riuscisse a bloccarla con un’azione a tutela del marchio) una crema al cioccolato chiamata “Nugtella”, con l’aggiunta – oltre che di una consonante – di un po’ di marijuana.

In Canada troviamo salame calabrese e prosciutto San Daniele, in Germania la “Firenza salami”, in Messico un “Parma salami”, in Danimarca un salame “Toscana”, in usa la “Finocchiono Milano’s Suino d’Oro”. Ma il massimo della fantasia non poteva che essere in Brasile, dove si fa una mortadella… siciliana! Poi ci sono i “wine kit” e i “cheese kit”, scatole contenenti porcherie e alambicchi vari che consentono di produrre vini e formaggi senza una goccia di uva o di latte, utilizzando impiastri che solo a vederli viene l’orticaria. E ancora: il “Thai pesto” che corregge all’orientale la nota salsa ligure; la “SauceMaffia” del Belgio per intingere le patatine; gli improbabili tortelloni austriaci con la polenta; per finire con gli spaghetti alla bolognese, diffusi ovunque, tranne che… in Italia. Anche solo con questi esempi scelti a caso fra i tanti si potrebbe fare una mappa degli orrori alimentari nel mondo e passarla a Jimmy Ghione di Striscia la notizia, che – da quel che gli ho visto fare in occasione di alcune iniziative di Coldiretti – sa bene come affrontare questi temi. Anche se in verità c’è ben poco da ridere. Se è vero – ed è vero – che all’Expo la Russia ha dovuto ritirare dal proprio padiglione alcuni formaggi che palesemente scimmiottavano quelli italiani.

Fonte: Il Tirreno.it

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