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Categoria | Cultura

Per amore, solo per amore

Redazione - Pubblicato il 15 febbraio 2014

Per amore, solo per amore

Molti uomini, due figli che come lei hanno scelto il cinema. Susan Sarandon, star da 80 film e un Oscar, si racconta. Passione per passione

 Susan Sarandon non vede l’ora di tornare a casa e buttarsi sul letto. «Sono appena arrivata da Haiti e sono stravolta», si scusa sprofondando in un’ampia poltrona e raccontando di avere passato quattro intensi giorni nel paese caraibico ancora devastato dal terremoto del 2010. L’attrice era lì come rappresentante di Artists for Peace & Justice, una delle tante organizzazioni di aiuto sociale in cui è coinvolta. Sarà anche stravolta, ma a sessantasette anni compiuti è ancora bellissima e ben lontana dal dimostrare la sua età. Il suo fisico asciutto è avvolto in un paio di pantaloni di pelle marrone che le fasciano il corpo snello. I capelli color rame le spuntano da sotto un basco da monello piegato sulle ventitré. I suoi inconfondibili occhi color nocciola sprizzano entusiasmo, curiosità e intelligenza nonostante la stanchezza.
Ma più di tutto sorprende la voce. Quell’inconfondibile voce – al tempo stesso nasale e vellutata – che in un istante riporta alla mente i suoi personaggi cinematografici più belli. Come Louise in Thelma & Louise, suor Helen Prejean in Dead Man Walking, Jane in Le streghe di Eastwick. Ma anche quelli più piccanti, soprattutto nella prima metà della sua carriera: la voluttuosa Hattie in Pretty Baby; la sensuale Janet nel cult movie The Rocky Horror Picture Show; la studiosa Sarah sedotta da Catherine Deneuve lesbo-vampiresco in Miriam si sveglia a mezzanotte. Il pubblico sentì quella voce per la prima volta nel film La mortadella. Era il 1971 e Mario Monicelli l’aveva ingaggiata dopo averla vista in La guerra privata del cittadino Joe, il film che nelle biografie ufficiali della Sarandon segna l’inizio della sua love story col cinema. La mortadella le regalò soltanto una particina accanto a Sofia Loren, e il suo nome era ancora così poco noto che nei titoli di coda apparve storpiato in Sarendon.
Dopo più di quattro decenni la sua carriera ancora non dà segni di stanchezza benché il mondo del cinema non sia mai stato tenero con le attrici che invecchiano. Lei ha appena finito di interpretare Growing Ivy, un pilot tv per la Nbc che la vede recitare per la terza volta accanto a sua figlia. La ventottenne Eva Amurri, nata dalla relazione che l’attrice ebbe col regista italiano Franco Amurri, ne ha anche scritto la sceneggiatura che forse riflette il vero rapporto fra loro, madre e figlia: Ivy, incapace di trovare un giusto equilibrio fra la vita professionale e la vita privata, chiede alla madre di andare ad abitare con lei per scoprire insieme i blocchi psicologici che la rendono infelice. Anche con suo figlio, il ventiquattrenne Jack Henry, Susan ha un progetto in corso. Stanno per lanciare una casa di produzione che finanzi progetti cinematografici di rilevanza sociale. «In questo momento la cosa che mi appassiona di più sono i documentari. Mi dà la sensazione che tutto nella mia vita stia diventando un documentario», dice ridendo l’attrice che di recente è stata parte della giuria del Puma Impact Award, un premio che va ai film di maggior impatto sociale e umanitario, spesso in difficoltà presso il grande pubblico. «Non credo che gli spettatori siano disinteressati alle tematiche dei documentari, il problema è la mancanza di distribuzione. Eppure è un genere di film importantissimo, in me suscita forti reazioni emotive quando il tema è valido, perché mi rivela qualcosa che non sapevo o mi dà informazioni nuove, strumenti per approfondire un argomento. In questo settore accadono cosa veramente innovative, non certo nei film che si basano su situazioni di fantasia», prosegue l’attrice rivelando che la sua attività di produzione è così nuova che non ha ancora un nome. «E neppure una sede ufficiale: abbiamo dovuto trasformare in sala di montaggio una delle camere da letto di casa mia».

Per amore, solo per amore
Non è la prima volta che Susan è coinvolta in attività professionali con i figli. Nel 1995 Eva, Jack Henry e Miles ebbero piccole parti in uno dei film più importanti della sua carriera, Dead Man Walking, che le diede l’Oscar come miglior attrice protagonista sotto l’abile regia di Tim Robbins, che in quegli anni era suo compagno nella vita. La relazione fra Susan e Tim iniziò nell’88 sul set di Bull Durham. Da quel momento per oltre vent’anni furono inseparabili nella vita privata e nell’attivismo sociale. Ma, a sorpresa, nel 2009 la loro storia, che agli occhi del mondo sembrava incrollabile, improvvisamente si sgretolò. «Non c’è dubbio che mi sentii un fallimento. La fine di un rapporto è sempre un evento di grande impatto, ma diventa anche un’opportunità per crescere», osserva lei, riflettendo sulle altre storie che hanno segnato la sua vita: il matrimonio con l’attore Chris Sarandon, di cui tuttora porta il cognome, ben trentaquattro anni dopo il loro divorzio. La relazione col regista francese Louis Malle, durata due anni. La breve ma intensa love story con Franco Amurri, che la riavvicinò anche all’Italia, da cui in fondo viene. E il rapporto con Robbins che ebbe tutti i connotati di un matrimonio, senza un pezzo di carta che lo definisse tale. «Pensavo che se due persone decidono di non sposarsi è meno probabile che diano per scontata la loro relazione. Nel nostro caso non so se dopo vent’anni fosse ancora vero», rivelò l’attrice in un’intervista rilasciata al quotidiano britannico The Telegraph un anno dopo la loro separazione. «Anche alla fine del mio matrimonio provai la perdita di un ideale, cioè della persona che pensavo lui fosse. Ero convinta che l’amore fosse in grado di superare qualsiasi scoglio ma ci dovetti ripensare. In queste situazioni hai bisogno di amiche davvero fidate, e di interminabili passeggiate in spiaggia, lungo il mare, di camminare fino a quando sei così stanca che non hai più la forza di perdere la testa. Solo allora ti senti pronta a provarci un’altra volta». GUARDA: SUSAN TRA IMPEGNO E FAMIGLIA
Lei, però, il passo verso il matrimonio l’ha fatto una volta sola in vita sua. Un solo marito, e invece molte relazioni. Compresa quella in corso da un paio d’anni con Jonathan Bricklin, un uomo che ha una trentina d’anni meno di lei. «Beh? Anche Tim Robbins era un bel po’ più giovane di me, ma non considero l’età un elemento determinante. È quello che uno ha dentro che conta, quando si prova amore. Non gli anni, o il colore della pelle». La sua relazione con Bricklin ancora solleva qualche sopracciglio, ma lei non fa gran che caso a quello che pensano gli altri, e sembra avere costruito un rapporto solido con Jonathan. Un rapporto affettivo e anche professionale. Con lui infatti si è lanciata nell’improbabile business del ping pong. Insieme hanno aperto Spin, una serie di locali trendy a Los Angeles e New York, oltre che Milwaukee e Toronto. «Il ping pong è uno sport, un’attività fisica che possono fare tutti», dice ammettendo di non essere molto coordinata, sul piano agonistico. «Grassi e magri, maschi e femmine, bambine minute e omoni tutti muscoli. Non costa molto giocare, non ci si fa male e fa bene alla mente». Alla fine, anche questa sua bizzarra attività imprenditoriale è un riflesso del profondo senso di uguaglianza sociale che ha sempre provato e che la spinge continuamente a lasciarsi coinvolgere in cause umanitarie.
Si è sempre schierata dichiaratamente a sinistra, anche quando una posizione più neutrale sarebbe stata forse più indicata per la carriera. Neppure l’influenza di sua madre – decisamente allineata con posizioni conservatrici – l’ha mai portata a moderare i toni. Anzi, più mamma Lenor Marie Criscione, di origini toscane, esprimeva posizioni in linea con Bush e i repubblicani, più la figlia scendeva in piazza per protestare contro il coinvolgimento americano in Kuwait, prima, e in Iraq e Afghanistan, poi. Fu sempre lei una delle prime celebrities a mostrare solidarietà con gli indignati di Occupy Wall Street nel 2011. E in veste di ambasciatrice della Fao è stata la portavoce di coloro che soffrono la fame nel mondo. In passato ha appoggiato candidati politici di sinistra come Ralph Nader e John Kerry, o sostenuto l’accettazione sociale dei gay. E ha detto la sua anche sulla giustizia economica in Nicaragua. «Essere impegnata socialmente è il mio modo per non sentirmi depressa e annichilita da quello che vedo intorno a me. E mi dà speranza per il futuro», dice la star newyorchese che ha sempre desiderato essere identificata tanto con progetti di qualità a Hollywood quanto con cause sociali. «Spesso mi lascio coinvolgere in iniziative che hanno a che vedere con i diritti delle donne e dei bambini, e tutte le volte che scendo in campo lo faccio per dare una mano a gruppi che sono alla ricerca di soluzioni a problemi che non riescono a imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica, americana e internazionale».
Lei non pretende di essere un’esperta di questioni sociali, nè di offrire soluzioni. Però può aiutare a renderle note, e tentare di convincere più gente possibile a occuparsene. «Molto spesso vengo contattata quando un problema fa fatica a emergere e a raggiungere il grande pubblico», aggiunge, sottolineando che spesso gli interessi di parte, compresi quelli dei mass media, fanno sì che i fatti relativi a situazioni umanitarie o sociali non siano conosciuti. «Uso allora la mia notorietà per far brillare un po’ di luce su questioni che altrimenti rimarrebbero oscure». «Però cerco di non mettermi mai in cattedra come se sapessi tutto», conclude la Sarandon. «Semplicemente, facendo molte domande a volte sono in grado di dare una piccola spinta a cause sociali a cui pochi prestano attenzione. È come se mi fossi specializzata a dare una voce a coloro che non ce l’hanno». Inconfondibile, dunque non è solo il suo timbro nasale e vellulato sul grande schermo. Anche la sua voce di pasionaria è ormai diventata riconoscibile all’istante. E mentre si scalda e si mette a parlare delle cause sociali che più la appassionano, anche la stanchezza per il viaggio ad Haiti, quasi magicamente, scompare.
di Andrea Visconti Fonte LaRepubblica.it
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