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Categoria | Cultura

La Madonna 
al Quirinale

Redazione - Pubblicato il 05 settembre 2015

 

Anni e anni di vita in Inghilterra. Le origini siciliane restano, però, un marchio indelebile, tra orgoglio e luoghi comuni da sfatare. Ma un giorno  a Roma, in un tassì, quasi per caso arriva una rivelazione…

DI SIMONETTA AGNELLO HORNBY fonte: Espresso.it

 

La Madonna 
al Quirinale
Simonetta Agnello Hornby

Quando, a ventun anni lasciai Palermo, sposa di un inglese, mio padre mi disse: «Ricordati che sei siciliana e dillo a testa alta. Se devi parlare inglese, mi auguro che lo parlerai con l’accento siciliano».

«Con che altro accento potrei parlarlo?», risposi.
«Hai ragione». E alzando la voce, con un guizzo nello sguardo, aggiunse stentoreo: «Non si sa mai!».
Sono diventata avvocato inglese e poi giudice part-time senza intaccare la mia identità di siciliana, aggiungendovi progressivamente quella britannica. Nella City i miei clienti erano industrie, banche e funzionari d’ambasciata italiani. Nerovestita e con collana e orecchini di perle, al primo incontro li deludevo: s’aspettavano Mrs Hornby, un avvocato inglese. Mi facevano domande per capire chi fossi. “Sento nel suo parlare una leggera cadenza meridionale. Forse siciliana?” e, alla fine, “Posso farle un complimento: non sembra siciliana!”

Nel 1978 fondai a Brixton uno studio legale specializzato in diritto di famiglia. Ero attiva nella Law Society e divenni Presidente dell’Ordine per il Sud di Londra. Tra colleghi si istaura uno humour anche pesante. Altri avvocati spesso erano i primi a raccontarmi i dettagliati reportage del “Times” sulla mafia e sulle lotte tra cosche mafiose. Consideravo un dovere civico spiegare a testa alta le origini della mafia, e ribadire che la maggior parte dei siciliani – incapaci di combatterla da soli senza il supporto politico e dello Stato – la detestavano.

Una volta soltanto provai vergogna, come professionista e come siciliana, quando un collega mi disse dell’omicidio di Giuseppe Letizia, un pastorello tredicenne, per caso testimone dell’assassinio di un sindacalista su mandato del dottor Navarra, capomafia di Corleone nonché direttore dell’ospedale. Tornato a casa sotto shock, il pastorello fu portato dal padre all’ospedale. Navarra ascoltò quanto da lui raccontato e poi l’uccise somministrandogli un’iniezione di veleno, e certificò il decesso come un caso di tossicosi. Quella storia, rimasta nascosta dal 1948, come tante migliaia di altre morti di mafia considerate semplici delitti, venne a galla decenni dopo, grazie al lavoro della Procura della Repubblica. A Londra avrei potuto nascondermi dietro “Mrs. Hornby” e passare per italiana. Ma il “ricordati che sei siciliana” di mio padre era sempre con me.
Quando mi scoraggio, mi sostiene la memoria di quattro uomini assassinati per il loro coraggio, che mi rendono orgogliosa di essere siciliana. Penso a due deputati, Piersanti Mattarella e Pio La Torre, uno democristiano e l’altro comunista uccisi da arma da fuoco a Palermo rispettivamente Il 6 gennaio 1980 e il 30 aprile 1982. Mattarella era Presidente della Regione quando fu trucidato nella sua automobile alla presenza dei suoi familiari. Voleva moralizzare la vita pubblica e contrastare il clientelismo della gestione pubblica dei contributi regionali, e accolse in pieno la denunzia di La Torre che accusava pubblicamente l’assessorato dell’agricoltura di essere al centro della corruzione regionale.

Penso a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Procuratori della Repubblica del pool antimafia del tribunale di Palermo, magistrati integerrimi. Uomini di tendenze politiche divergenti e amici, uccisi rispettivamente il 23 maggio 1992 e il 19 luglio 1992.

Nel 2002 la Feltrinelli pubblicò “La Mennulara”. Girai tutta l’Italia per presentarlo. Molti lettori parlavano in modo elegiaco della Sicilia e dei siciliani. Tuttavia alcune domande benevole mi lasciavano perplessa: le avrebbero poste a uno scrittore bolognese o milanese o anche romano?

«Se non fosse andata a vivere all’estero non avrebbe mai potuto scrivere questo libro! È d’accordo?».
«Non m’aspettavo che avesse conservato l’accento!».
«Non ritornerebbe mai in Sicilia, vero?».
Una lettrice torinese si complimentò per la mia voce, aveva “una bella cadenza siciliana”. Credendo di farle piacere, risposi che la sua cadenza torinese era molto musicale. La donna fece la faccia di prugna. Mi chiedevo perché gli italiani mi percepivano “diversa” in quanto siciliana e capii che le parole “Ricordati che sei siciliana” valevano non soltanto all’estero, ma anche nella nostra penisola, e divenni più siciliana di prima.
Questa primavera ero a Roma, per prendere accordi con Rai3 per “Io e George”, un programma televisivo in cui io e il mio figlio maggiore, che ha la doppia cittadinanza, e che usa la sedia a rotelle, facciamo un viaggio da Londra ad Agrigento per conoscere l’Italia, e noi stessi.
Prima di avviarmi all’aeroporto passai a salutare Andrea Camilleri. La strada presa dal taxi costeggiava le mura del Vaticano, enormi e dalla base a piede di elefante; sotto i raggi obliqui del tramonto prendevano tonalità rosate che cambiavano ad ogni curva. Qua e là dalle fessura tra mattoni spuntavano e pendevano come festoni ciuffi di erbacce caparbie. A ogni curva, palpitavo in attesa di quello che avrei visto: un triangolo di cielo, un inatteso scorcio delle mura, una colonia di piante aggrappate alle mura, una cupola, una folla di tetti, la facciata di un’opera pia. Mi venne dal cuore di dire al tassista, «Quant’è bella questa vostra città!» e subito, me ne pentii…
«Si sbaglia, signora!», disse quello. Mi morsi il labbro, lo sapevo, non avrei dovuto parlare. «Roma non è la mia città, e calcò mia». Mi aspettavo una tirata contro Roma, i romani, il sindaco, il presidente del consiglio dei ministri e magari anche il papa! «Lei è italiana, vero?», continuò il tassista.
«Sì», barbugliai. Dove voleva arrivare?
«Roma non è la mia città», ripeté. E tacque, stava curvando attorno al muro. Si girò verso di me, «È anche la sua città!», e riprese a guardare in avanti. Poi, solenne, spiegò: «Roma è la città di tutti gli italiani, come siamo lei e io».
«Ha ragione!». Roma era la mia città. La città di tutti gli italiani. Ero finalmente libera di sentirmi italiana, e non soltanto siciliana e britannica. Mi calò dentro una grande pace, un senso di appagamento.
Gli strinsi la mano, all’aeroporto, e lo ringraziai. «Di nulla», rispose il tassista.
La scoperta di essere Italiana e di essere accettata come tale dagli altri italiani ha avuto un effetto profondo in me. Nel nostro viaggio televisivo George ed io abbiamo visitato Pisa, siamo andati al Quirinale e poi alle Fosse Ardeatine: tre tappe importanti. Pisa, bandì un mio antenato, doge della città; la famiglia cercò rifugio a Cefalù e vi rimase. Da sette secoli siamo fieri di essere siciliani di origine pisana. Al Quirinale, sede estiva dei Papi, poi residenza dei Savoia e ora del Presidente della Repubblica, la storia d’Italia parla da sola attraverso l’architettura, la decorazione degli interni e gli arredi. È aperto al pubblico da pochi mesi, per volontà dell’attuale Presidente, Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, con cui abbiamo avuto anche un breve ma significativo incontro. Lì, in una cappella affrescata da Guido Reni sono stata fulminata da una incantevole Madonna incinta, seduta tra due angeli, che prepara il corredino del nascituro: tiene tra le dita una guglia infilata con cui cuce il panno piegato sulle sue gambe. Ha lo stesso sguardo placido e sognante delle donne incinte che, vedevo dall’automobile di mio padre quando la strada tra Palermo e Agrigento attraversava tutti i paesi lungo la via. Sedute davanti casa tra altre donne, ricamavano pensando al bambino in grembo. Quelle operose mamme siciliane erano simili alla Madonna dell’artista bolognese anch’esse, erano delle italiane.
Le Fosse Ardeatine si raggiungono attraversando la via Appia. La prima impressione della sala dal tetto di pietra in cui le vittime sono interrate, in fila, una foto su ciascuna lapide, evoca memoria di ingiustizia, di sofferenza e di crudeltà, una crudeltà che viene da lontano nel tempo e continua nel presente. Le prime due file avevano fiori di plastica disposti disordinatamente davanti le tombe. Le altre, sembravano abbandonate. Ma non lo erano. In fondo, lontano uno dall’altra, due figli piangevano i rispettivi padri. Un uomo ebreo e una donna gentile. Mi sono avvicinata alla prima, una romana della mia età, e poi all’uomo. La loro sofferenza è viva, fresca come quando, bambini, attesero il ritorno a casa dei propri padri, invano. Oltre a dolore orrore e vergogna, le Fosse Ardeatine trasmettono speranza. Lì si soffre insieme e si può ricucire il nostro passato, provare assieme alla vergogna il forte senso di riscatto dell’umanità. Siamo tutti colpevoli e vittime. Ero cittadina del mondo e consapevole che come tanti altri, non faccio abbastanza per migliorare il mio piccolo mondo e quello più grande, dell’umanità. Lì ho visto come in un flash, il volto sereno della Madonna che cuce e la stretta di mano, quella mattina, tra mio figlio e il suo Presidente.
Sono contenta di essere italiana.

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