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Categoria | Cultura

Expo, il futuro del futuro

Redazione - Pubblicato il 30 gennaio 2015

Pepe rosso steso a seccare nello Xinjiang, Cina

Riso che cresce all’asciutto, semine che danno raccolti per molti anni, sprechi azzerati: da maggio a Milano il cibo è la star. Ma i veri protagonisti sono studi, progetti e una proposta politica globale 

DI ALESSIA GALLIONE- Fonte D di Repubblica

Quando il primo maggio il mondo si siederà a tavola lungo il viale centrale, lungo un chilometro e mezzo, di Expo, saranno 140 Paesi a raccontare il futuro del cibo. Quello tecnologico, che cresce nei campi di domani: Israele, per esempio, ha riprodotto anche un giardino verticale coltivato con le più avanzate tecniche per risparmiare acqua. Gli Stati Uniti hanno puntato sul “granaio 2.0”. La Germania e la Repubblica Ceca sulle nanotecnologie in agricoltura. Per altri Stati, quelli che si uniranno in padiglioni collettivi chiamati cluster, il futuro è fatto anche di tradizione, della biodiversità che conserva terre e protegge popoli e della possibilità di crescere aumentando la produzione locale: dall’Afghanistan che vuole mostrare a tutti il proprio purissimo zafferano, alla remota isola di Vanuatu, che dall’Oceano Pacifico porterà la leggenda del matrimonio tra lo spirito dell’antica pianta kava e quello dell’albero di cocco. Dalla Costa d’Avorio, che produce il 33% del cacao mondiale ma ha bisogno di arrivare alle industrie del cioccolato per trasformarlo in vera ricchezza, all’Armenia con la “migliore albicocca” che là viene trasformata persino in pillole.

È l’Expo delle idee, quella che ha iniziato a prendere forma. L’Expo che vuole allontanare gli scandali e i ritardi del passato. Che vuole avere “un’anima”, per dirla con il presidente di Slow Food Carlo Petrini, che ha lanciato un appello: non trasformare i sei mesi di Esposizione universale solo in una fiera. E in nome dei contenuti di Expo è già nato dalla società di gestione del 2015 e dalla Fondazione Feltrinelli un “Laboratorio” che ha disegnato una mappa della conoscenza fatta da 130 centri di ricerca internazionali. Sono partite missioni di studio. Ci sono i giovani dottori selezionati dalla Bicocca che stanno lavorando per studiare etichette molecolari in grado di leggere gli ingredienti attraverso l’analisi del Dna, o speciali cerotti imbevuti di un inchiostro a base di nanoparticelle d’oro per curare una popolazione che invecchia, o ancora per definire le caratteristiche biologiche ideali di un orto urbano e analizzare come quello che finisce nel piatto degli studenti racconta la scuola multiculturale. Poi ci sono le start up nate per tradurre quelle ricerche in pratica, fornendo soluzioni: dalle piattaforme web per ridurre gli sprechi ai pack lunch per chi ha intolleranze alimentari (premiati dal Comune di Milano e dal Parco tecnologico padano). Anche la Regione Toscana è andata a caccia di idee innovative, e durante Expo darà spazio all’Università di Firenze, che vuole rendere smart l’agricoltura, o alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che propone di far sorvegliare i campi dai droni. Per dare gambe alle nuove idee, infine, il ministero delle Politiche agricole creerà un acceleratore di imprese, e un master per 105 neolaureati e accompagnerà i progetti con investimenti.

Il programma si chiama Feeding Knowledge, “nutrire la conoscenza”, e sono 786 gli esempi concreti arrivati dai cinque continenti: da come in Madagascar sono riusciti a intensificare la produzione di riso usando meno semi, terra e acqua, a come in Egitto hanno sperimentato strumenti informatici per esportare patate certificate. O ciò che è successo in Sri Lanka, con Oxfam Italia che ha lavorato per ricucire le lacerazioni di una guerra civile anche introducendo sistemi di agricoltura e pesca sostenibile. I migliori 18 progetti a Expo saranno i protagonisti del Padiglione Zero. È un cantiere che si è aperto, quello delle idee, e parte da un imperativo: sostenibilità. L’unica ricetta per ridurre i paradossi del cibo. Quelli raccontati dai dati della Fao: la popolazione globale è arrivata a 7,2 miliardi, salirà ancora e, siccome alcuni Paesi in via di sviluppo potranno permettersi di consumare più carne, per nutrire gli oltre 9 miliardi di abitanti del 2050 la produzione dovrebbe crescere del 60%. Troppo, per non scarnificare ulteriormente le risorse naturali, troppo per non considerare che già oggi c’è chi di cibo ne ha troppo e chi per la mancanza di cibo muore. Troppo perché un terzo degli alimenti finisce nella spazzatura. Sono le sfide che sta affrontando anche la ricerca scientifica. Entrando già in un futuro che, ancora prima di arrivare alle frontiere rappresentate dalle bistecche replicate a colpi di stampanti 3D, è già qui o non lontano: piante che resistono alla siccità, fertilizzanti bioattivi, mangimi creati dagli scarti delle penne dei polli, fonti proteiche derivate da insetti e alghe pure.

Claudia Sorlini è la presidente del comitato scientifico Expo del Comune formato dalle università milanesi. È lei a raccontare che cosa stanno facendo gli studiosi. «Uno dei problemi è la sostenibilità ambientale dell’agricoltura, che nel mondo consuma il 70% dell’acqua dolce: in Italia siamo attorno al 50, ma nelle zone aride si arriva fino al 97». È per questo che, nei laboratori internazionali, si lavora sui filoni biologici e molecolari. «I primi a sperimentare sono stati Israele ed Egitto», dice Sorlini, «ma in Pianura Padana si sta già producendo riso seminato “in asciutta”. Si punta su sensori inseriti nel terreno che hanno la capacità di far partire il sistema di irrigazione solo quando c’è reale bisogno. Altri studi riguardano i biofertilizzanti, batteri e funghi che instaurano un dialogo chimico con le radici delle piante, le stimolano a produrre l’ormone della crescita o assorbono e trasferiscono umidità e nutrienti. Ma il sogno di molti ricercatori è trasformare le tre colture che nutrono l’umanità, il riso, il frumento e il mais, in realtà pluriennali capaci di “dare frutti” senza bisogno di essere ripiantate». Non ci sarà un’unica soluzione proposta a Expo: ognuno, Paesi e partecipanti, porterà la propria. Dagli Stati Uniti, che parleranno di ogm, alla biodiversità di Slow Food. «Con la ricerca», conclude Sorlini, «possiamo contribuire ad affrontare molti problemi, ma questo non è sufficiente: serve anche un richiamo alle responsabilità personali e politiche».

Anche il dibattito politico, promette Expo, avverrà. All’interno dei padiglioni e in città. Le università, a partire da Milano, hanno aperto altrettanti cantieri e corsi di studio. Sono gli stessi atenei che fanno parte di Laboratorio Expo, una temporary academy dove ricercatori e docenti stanno lavorando su quattro diverse declinazioni dei problemi globali: cibo, energia, uomo, città. Ogni gruppo ha individuato questioni di fondo inviate a una rete di 130 centri internazionali. E sono partite le missioni. Bianca Dendena, laureata in Scienze agrarie, dopo la Colombia sarà in Bolivia per studiare il cibo sacro degli Inca che arriva dal passato e può rappresentare il futuro: la quinoa. La filosofa applicata all’antropologia culturale Federica Riva sarà sull’Hilamaya, nello Stato indiano dell’Uttarakhand, tra cibo sacro e biodiversità conservata dalle donne. Per sciogliere il dilemma tra città smart e slow, Nunzia Borrelli (doppia laurea in Sociologia e Urbanistica) sta spaziando da Milano e Trento fino a Portland, in Oregon. In Mali, invece, il futuro ha la forma di un forno e si chiama Foyer Seiwa: costa solo 6 euro e risparmia energia, ma la gente non lo utilizza abbastanza. Il motivo delle resistenze lo svela una ricerca sul campo dell’economista dello sviluppo Jacopo Bonan, perché il cibo può essere visto come lente attraverso cui leggere la società. O, come dice il filosofo Salvatore Veca, che coordina Laboratorio Expo: «Occorre ripensare la massima blandamente anticartesiana “mangio, dunque sono” e, sullo sfondo della grande città del genere umano, riformularla insieme così: “mangio, dunque siamo”».

Le energie in campo sono infinite. Fondazione Barilla, per esempio, ha lanciato un protocollo: ridurre del 50% entro il 2020 l’attuale spreco di 1,3 miliardi di tonnellate l’anno di cibo. Un tema, quello dello spreco, che torna come una mantra e di cui si occupa Andrea Segrè, docente a Bologna e presidente di Last minute market. Anche il Comune di Milano sta lavorando a una propria food policy e a un patto tra centri urbani che finora ha raccolto 70 adesioni, da New York a Mosca. Perché è nelle città, dove vive la maggior parte della popolazione, che si può cambiare. Tutto questo, in conclusione, contribuirà a creare la Carta di Milano 2015, una sorta di protocollo di Kyoto sull’alimentazione voluto dal governo. Quella non sarà la fine, ma l’inizio. Perché, spiega il ministro Maurizio Martina che ha la delega a Expo, «per la prima volta un’Esposizione consegnerà all’ingresso un documento di impegno che potranno firmare visitatori, associazioni, istituzioni e imprese. Un atto di responsabilità da parte di tutti». Una prima bozza sarà pronta a fine febbraio. Con un’ambizione: «Dopo Expo, trasformare Milano nella sede di un centro di formazione permanente sul cibo globale».

IMMAGINI SU MISURA
Varcando lo spazio delle zone aride, si entrerà in una tempesta di sabbia simulata da 24mila cannucce di pvc sospese in aria. E, oltre un grande mercato dei datteri, si incontreranno i deserti: quelli che il fotografo George Steinmetz sorvola col suo aliante. Nel padiglione che sa di Oriente, invece, le spezie saranno “cucite” anche nella pelle dell’edificio e i loro fiori riempiranno vasche. Un mondo raccontato dai colori e dai volti del reportage di Alex Webb in India. Sono una novità, i cluster: nove padiglioni in cui i Paesi si riuniranno in base ai cibi. In ognuno ci sarà una mostra curata da un’università (le 7 milanesi, più Venezia e Napoli) e un’esposizione fotografica internazionale. L’idea è nata dal progetto di Illy: curerà il cluster del caffè e porterà gli scatti di Sebastião Salgado sul lavoro nelle piantagioni. È così che Expo ha creato una collaborazione artistica, seguita dal responsabile delle aree tematiche Matteo Gatto, con Magnum/Contrasto. Ed è così che Martin Parr si è occupato del cacao del Ghana, Alessandra Sanguinetti delle isole, Irene Kung degli alberi da frutto, Joel Meyerowitz del pane, Gianni Berengo Gardin dei paesaggi del riso, Ferdinando Scianna delle storie del Mediterraneo.

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