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Categoria | Cronaca

LE LEZIONI AMERICANE DI OSCAR WILDE

Redazione - Pubblicato il 14 maggio 2015

Oscar Wilde

Il 2 gennaio 1882 dal transatlantico Arizona sbarcò a New York un giovanotto irlandese, poeta e autore di testi teatrali, già conosciuto nei salotti londinesi e nelle redazioni delle riviste come ineffabile dandy e petulante professore di estetica.

L’ anno trascorso negli Stati Uniti e in Canada vide Oscar Wilde impegnato in una fitta serie di conversazioni pubbliche ora, in parte, riunite nell’ Oscar Mondadori, L’ arredamento della casa e altre conferenze, a cura di Alex R. Falzon (pagg. 128, lire 11.000). I temi trattati per stupire gli americani, frettolosi e pratici ma incantati dalle sue apparizioni in “giacca di raso, colletto di pizzo, corsetto ricamato, cravatta fluente, brache corte di velluto, calze di seta e scarpini neri”, riguardavano l’ arte inglese dei Preraffaelliti, l’ arredamento, l’ artigianato, l’ abbigliamento e l’ educazione artistica. Quando Wilde spiegò ai suoi fans come si doveva arredare e decorare una casa moderna, aveva giĂ  fatto intendere che l’ arte del “Rinascimento” inglese, quella di Dante GabrieleRossetti, Holman Hunt e John Millais, di Edward Burne-Jones e William Morris, aspirava ad uno stile di vita con al centro la bellezza, guardando alle classiche forme della Grecia e alla realtĂ  della natura, entrata abbondantemente nella pittura e nella decorazione; aveva anche anticipato come la presenza dell’ arte nelle case, attraverso opere e suppellettili artistiche, costituisse una sorta di consolation, provocando un benefico influsso sui comportamenti dei singoli e sull’ intera societĂ  civile. Quindi, stabilito che l’ arte è necessaria alla vita, Wilde, nel condannare le pessime carte da parati americane, i tappeti troppo colorati, l’ ossessiva persistenza degli stili del passato riproposti dall’ eclettismo meccanico delle produzioni seriali, suggerisce perentoriamente di tingere le deprimenti pareti bianche con tenui colori in armonico succedersi degli uni agli altri ed elenca il bianco, il giallo, l’ azzurro e il verde, saccheggiando la tavolozza di James Whistler, pittore del Massachusetts ma attivo a Londra, che intitolava le sue opere a schemi sinfonici musicali. Predisposto, quindi, quest’ igenico e chiaro scenario, gli oggetti – suggerisce il dandy raffinato alle soglie del Modernismo – dovrebbero essere pochi e scelti solo per la decorazione artistica e la funzionalitĂ  delle forme, i materiali da impiegare quelli del luogo in cui sorge la casa rinunciando alle essenze esotiche e ai prodotti di cave remote, infine, gli stessi materiali – legno, ferro, marmi – apparire per quello che sono e non sotto le spoglie dell’ imitazione. Per ottenere questi risultati, continua Wilde, gli americani avrebbero dovuto aggiornare l’ insegnamento nelle scuole d’ arte, accostando alle officine degli allievi-artigiani musei di arti decorative dove raccogliere collezioni di varie epoche e culture diverse, sull’ esempio del South Kensington Museum di Londra. I consigli di Wilde derivavano dalle teorie estetiche non disgiunte dal socialismo utopistico diffuse da John Ruskin e messe in pratica da William Morris, scrittore e design che domandò agli amici pittori e scultori di produrre tappezzerie, stoffe, vetrate e altri elementi decorativi da integrare all’ architettura per abbellire gli spazi abitativi. Così, anche nel campo dell’ estetica applicata, si può confermare quanto Mario Praz scrisse a proposito della poesia di Oscar Wilde: “data l’ indole duttile e mimetica di questo scrittore-attore, non farebbe specie che egli fosse convinto di essere una voce laddove non è che un’ eco”.

Mario Quesada

fonte: la repubblica.it

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